La battaglia dei convogli del mediterraneo

La Battaglia dei Convogli nel Mediterraneo fu parte della Campagna del Nord Africa – “la guerra del deserto” – uno dei principali fronti della 2° guerra mondiale – combattuta tra le forze dell’Asse e quelle di Impero Britannico, Commonwealth ed Alleati.

La campagna del Nord Africa ebbe una durata di tre anni, tra il giugno 1940 ed il maggio 1943. Fu combattuta nelle immensità dei deserti di Libia ed Egitto e, nel suo epilogo, in Tunisia e fu una guerra di grande movimento, altamente meccanizzata, caratterizzata da battaglie tra mezzi corazzati e fanterie meccanizzate, massiccio impiego di artiglierie ed aviazione e grandi rovesciamenti di fronte, con ripetute avanzate e ritirate lungo centinaia di chilometri del vastissimo campo di battaglia.

I convogli di navi mercantili cariche di rifornimenti bellici furono la componente fondamentale della logistica per l’approvvigionamento di questo fronte.

Per rifornire le divisioni del Commonwealth impegnate nei deserti africani, i britannici avviavano i loro convogli di navi mercantili, provenienti dagli Stati Uniti, dall’Inghilterra, dalle colonie e dai paesi del Commonwealth, attraverso gli oceani e lungo la rotta del Capo, circumnavigando l’Africa per poi risalire il Mar Rosso fino ad Alessandria, allungando enormemente il percorso pur di non avventurarsi nel Mediterraneo, considerato eccessivamente pericoloso. Per questi convogli, come per gli altri diretti in Gran Bretagna e in Unione Sovietica, la partita si giocava principalmente nell’Atlantico, dove gli alleati dovettero sostenere la durissima Battaglia dell’Atlantico contro gli U-boot tedeschi e, in parte minore, i sommergibili italiani. Questa lunga battaglia di logoramento si protrasse per tutta la durata della guerra, e fu vinta dagli Alleati grazie soprattutto all’enorme capacità industriale americana. Si trattò di costruire ed inviare più di quanto il nemico riusciva ad intercettare ed affondare.

Le rotte dei convogli dell’Asse non potevano invece che attraversare il Mediterraneo e l’immane compito di assicurare il flusso di rifornimenti alle forze in lotta nel deserto ricadde in massima parte sulle spalle delle marine mercantile e militare italiane e ad un’aliquota di navi mercantili tedesche.
I materiali necessari a supportare lo sforzo bellico dovevano infatti esser fatti giungere interamente dall’Europa e dall’Italia, in quanto la Libia era assolutamente priva di qualsivoglia infrastruttura industriale. Oltre alle truppe si trattava quindi di inviare oltre mare ogni genere di materiale, automezzi, veicoli, corazzati, cannoni, carburanti, munizioni, velivoli, materiali per l’allestimento di difese, acquartieramenti, per i campi di aviazione, per i porti, per i comandi, per gli ospedali da campo, per le mense, per le comunicazioni, per le officine, e poi pezzi di ricambio di ogni genere, equipaggiamenti personali, posta, indumenti e perfino razioni alimentari, in quantità adeguata a supportare decine di migliaia di uomini impegnati in operazioni belliche di grande mobilità.

Tutti questi materiali erano fatti affluire dai centri di produzione della Germania, dell’Europa occupata e dell’Italia ai centri di raccolta nei porti dell’Italia meridionale, in primo luogo a Napoli, e in misura minore a Brindisi, Bari, Palermo e Trapani, e qui erano caricate su navi mercantili in gran parte italiane, appositamente requisite e, in aliquota minore, tedesche.
I mercantili erano poi convogliati e avviati verso i porti libici di Tripoli e Bengasi, sotto la scorta di unità navali della Regia Marina italiana e dell’aviazione italo-tedesca.
Questa necessità di traffico generò un continuo flusso di convogli sulle rotte per la Libia, che si protrasse con cadenza pressoché quotidiana per tutta la durata della campagna, fino alla caduta di Tripoli, per poi proseguire lungo la durissima “rotta della morte”, con destinazione i porti di Tunisi e Biserta, una volta che la Libia fu perduta e il conflitto si spostò in Tunisia.

Per i britannici l’interdizione di questo traffico assunse un carattere strategico di primaria importanza, ed essi si adoperarono con ogni sforzo per intercettare i convogli dell’Asse durante la navigazione e per distruggerli in mare. Ciò diede origine alla Battaglia dei Convogli del Mediterraneo, un conflitto aereo-navale, che si protrasse per tutta la durata delle operazioni in nord Africa.

La Regia Marina italiana, e quella mercantile, pur nelle enormi difficoltà, combatterono questa battaglia con grande capacità, sacrificio e abnegazione, riuscendo ad assicurare il flusso dei rifornimenti lungo le vie marittime in ogni momento del conflitto, ed anche nei periodi di maggior difficoltà, pur se al costo di enormi sforzi e gravi perdite, combattendo quasi sempre in condizioni di inferiorità tecnica e tattica.

15 Marzo: Hitler completa l’invasione della Cecoslovacchia.

Nei confini stabiliti per la Cecoslovacchia al termine della Prima Guerra Mondiale, erano rimasti inclusi oltre tre milioni di abitanti di etnia tedesca nella regione dei Sudeti. Le crescenti pressioni di Hitler sulla Cecoslovacchia portano le diplomazie di Francia, Gran Bretagna e Italia, con Mussolini nelle vesti di mediatore, ad assecondarne le richieste. Il 29 settembre del 1938, con la stipula dell’accordo di Monaco, si sancisce il passaggio del territorio dei Sudeti alla Germania. Ma Hitle r non si accontenta e pochi mesi dopo, il 15 marzo del 1939, le truppe tedesche completano l’occupazione di tutta la Cecoslovacchia entrando a Praga. I tedeschi si impossessano delle importanti industrie e e notevoli risorse e ricchezze della nazione, iniziando feroci persecuzioni contro ebrei e slavi.
Hitler al castello di Praga

7-12 Aprile: L'Italia invade l'albania 

Indispettito dall’invasione della Cecoslovacchia della quale non era stato avvisato, Mussolini ordina l’invasione italiana dell’Albania, che si conclude in pochi giorni tra il 7 ed il 12 aprile. Con questo atto il “duce” intende rendere la scortesia a Hitler, ripristinare un equilibrio tra le potenze e riacquisire pienamente il proprio prestigio di dittatore e conquistatore. Le Potenze occidentali protestano duramente, accusando di imperialismo l’Italia ed isolandola politicamente. Registrata la sostanziale ostilità di Francia e Inghilterra, Mussolini decide di aderire alla proposta tedesca di un patto di alleanza politica e militare.

22 Maggio: Italia e Germania firmano il “Patto d’acciaio”.

in cui le due Nazioni si impegnano ad una consultazione permanente sulle questioni relative agli interessi comuni, alla situazione europea ed alle azioni da intraprendere. Le due parti si impegnano all’alleanza militare in caso di guerra sia difensiva che offensiva e, in caso di conflitto, a non concludere trattati di pace separatamente.

I ministri degli esteri di Italia e Germania, Galeazzo Ciano e Johacchim von Ribbentrop alla firma del patto di acciaio

Di autore sconosciuto -Istituto Luce Id:A00113852, Pubblico dominio.

23 agosto: Germania e Unione Sovietica firmano il patto “Ribentrop-Molotov"

Contro ogni principio dei rispettivi regimi e sorprendendo il mondo, Germania e Unione Sovietica stipulano un patto decennale di non aggressione reciproca, il patto Ribbentrop-Molotov, concordando anche, con un protocollo segreto, la spartizione tra le due nazioni della Polonia e di gran parte dell’Europa orientale. Il patto tra le due sanguinarie dittature potrebbe costituire le basi di una futura spartizione dell’Europa tra le due potenze. 

Stalin e Ribbentrop al Cremlino dopo la firma del trattato di non aggressione tra l'URSS e la Germania, che sarà poi violato dal Terzo Reich.

1 settembre: La Germania invade la Polonia.

Civili polacchi fucilati dagli "einsatzkommando" tedeschi nel 1939

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Bombardieri in picchiata della Luftwaffe sopra i cieli della Polonia nel settembre 1939

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Soldati tedeschi distruggono la barriera al confine tra Germania e Polonia

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Il castello di Varsavia in fiamme

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3 settembre: Francia e Inghilterra dichiarano guerra alla Germania

seguite da Australia, Nuova Zelanda, Canada e Sud Africa. La Gran Bretagna invia in Francia il British Expeditionary Force – BEF, con oltre 400.000 uomini che prendono posizione nel nord della Francia. Le due potenze attuano anche il blocco navale del Mediterraneo, esercitando il “diritto di angheria”, che consentiva di fermare e ispezionare navi neutrali. Tra il settembre 1939 e il 10 maggio 1940, ben 1347 navi italiane, incluse navi passeggeri, saranno fermate e dirottate per controlli che potevano durare per molti giorni.

L’Italia dichiara la “non belligeranza”.

17 settembre: L’Unione Sovietica invade la Polonia da Est.

La Polonia capitola il 27 settembre ma la resa non ferma il martirio della Nazione. Con un balzo di secoli all’indietro, ai tempi classici o al medio evo, alla conquista segue il saccheggio e lo sterminio di massa perpetrato tanto dai tedeschi quanto dai sovietici. Chi non viene ucciso è deportato e ridotto in schiavitù. La Polonia al termine della guerra conterà circa sei milioni di morti, in gran parte civili, un milione dei quali per mano dei sovietici.

Danimarca, Svezia e Norvegia ribadiscono la loro neutralità, come avevano fatto Belgio, Lussemburgo e Olanda.

Per alcuni mesi, in quella che viene chiamata la “strana guerra” gli scontri sono limitati ad alcune azioni di guerra marittima tra sommergibili e unità tedesche e britanniche, mentre in Polonia continuano sistematici i massacri di civili e lo scempio della nazione. Il 6 ottobre Hitler offre un trattato di pace a Francia e Gran Bretagna, che rifiutano.

30 novembre: Stalin, intima l’ultimatum a Estonia, Lituania, Lettonia e Finlandia.,

A fronte del rifiuto di quest’ultima, il 30 novembre, l’Unione Sovietica invade la Finlandia che resiste eroicamente.

Un nido di mitragliatrice finlandese nel corso della resistenza alle truppe sovietiche

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1940

9 aprile: Hitler invade la Danimarca, occupandola in poche ore.

10 aprile: Invasione tedesca della Norvegia

che viene occupata rapidamente in gran parte, si arrenderà definitivamente il 10 giugno: il re Haakon e il suo governo fuggono nel Regno Unito, mentre i tedeschi si assicurano così il controllo della via per le vitali importazioni di metalli dalla neutrale Svezia.

La fanteria tedesca in combattimento in un villaggio in fiamme nel corso dell'invasione della Norvegia.

10 maggio La Germania invade Belgio, Olanda e Lussemburgo.

Winston Churchill diventa primo ministro della Gran Bretagna.

13 maggio: La Wermacht superando la foresta delle Ardenne penetra in Francia

con le sue divisioni corazzate seguite dalla fanteria. Nell’operazione sono impegnate 141 divisioni tedesche per un totale di 3.300.000 uomini, fronteggiate da 136 divisioni alleate, francesi e britanniche che schierano oltre 3.000.000 di effettivi.

Civili francesi in fuga dal fronte

26 maggio: Evacuazione via mare del British Expeditionary Force - BEF

dei francesi e dei belgi intrappolati nella sacca di Danquerke con l’Operazione Dynamo, che si completa il 3 giugno : 350mila soldati riescono a fuggire oltre la Manica lasciando sul campo un’enorme quantità di armamenti che cadono in mano tedesca insieme ad oltre 90.000 prigionieri tra francesi e inglesi.

Truppe britanniche sulla spiaggia di Dunkirk in attesa di essere evacuate.

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28 maggio: Re Leopoldo III del Belgio firma la resa

e si consegna ai tedeschi.

4 giugno: La Wermacht inizia la seconda fase dell'invasione della Francia

attaccando verso sud.

Re Leopondo III del Belgio con il generale Denis

10 giugno: L'Italia inoltra la dichiarazione di guerra a Francia e Inghilterra.

11/12 giugno:

Gli aerei britannici bombardano Genova e Torino, causando alcune decine di vittime.

14 giugno: la flotta francese bombarda Genova

Alle 04:30 del 14 giugno gli incrociatori pesanti francesi ALGERIE e FOCH con 6 cacciatorpediniere di squadra aprono il fuoco su Vado Ligure e sugli stabilimenti industriali di Savona causando alcuni morti e pochi danni. La reazione italiana è limitata al fuoco di una batteria costiera ed un treno armato che non colpiscono le navi attaccanti e, qualche minuto più tardi, dalla reazione dei MAS 434, 435, 538 e 539 che attaccano la formazione navale francese lanciando sei siluri che sono evitati con la manovra ma che inducono le navi francesi a ritirarsi. Intanto una seconda squadra francese con gli incrociatori pesanti DUPLEIX e COLBERT e 2 cacciatorpediniere faceva fuoco sul litorale di Genova, incontrata dal fuoco di artiglieria di una batteria costiera e 2 pontoni armati e dalla reazione della vetusta torpediniera CALATAFIMI che si avvicina alla squadra e lancia i siluri senza colpire. Anche in questo caso, il bombardamento causa alcuni morti e pochi danni materiali.

La Wermacht entra a Parigi

Parigi è occupata dalla Wermacht e, il 17, il Marescallo Petain, appena nominato a capo della nazione francese, chiede le condizioni per l’armistizio.

La Wermacht a Parigi.

22 giugno: La Francia firma la capitolazione.

1.900.000 soldati francesi sono presi prigionieri e condotti in Germania ai lavori forzati in agricoltura e nell’industria, concorrendo allo sforzo bellico nazista.

3 luglio Operation Catapult:

 appena giunta nel mediterraneo, la Forza H britannica, al comando dell’ammiraglio James Sommerville, si presenta davanti al porto di Mers-el-Kebir, in Algeria, dove si trova il grosso della flotta francese e dopo aver presentato un ultimatum, respinto dai francesi, inizia un cannoneggiamento che causa l’affondamento della corazzata BRETAGNE e il danneggiamento di altre unità con la perdita di 1297 uomini. Leggi di più.

L'incrociatore da battaglia STRASBOURG sotto il fuoco della Forza H della Royal Navy.

Jacques MulardCC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

La guerra si sposta in Africa e nel Mediterraneo

Fin dall’entrata in guerra dell’Italia l’attività britannica in Libia si fa subito aggressiva,
con incursioni e bombardamenti aerei quotidiani su città e centri militari, e azioni di commandos lungo la via Balbia e contro avamposti italiani.
Italo Balbo, Governatore della Libia e capo delle Forze Armate nella colonia italiana, vola quotidianamente al fronte, e compie continue ispezioni in aereo e in autoblindo, partecipando personalmente alla caccia alle autoblindo britanniche che si avventurano in attacchi e incursioni pressoché quotidiani. Dopo l’armistizio con la Francia, Balbo si trasferisce a Cirene con tutto il suo Stato Maggiore, per seguire da vicino la situazione al fronte e affida il controllo della Tripolitania al generale Gariboldi, comandante della 5a armata.

28 giugno, Nord Africa: Italo Balbo è ucciso da fuoco amico

mentre si recava in volo a Tobruk per un’ispezione, pilotando personalmente un bombardiere SM79, al termine di un bombardamento inglese sulla città: il suo aereo era scambiato per un apparecchio nemico ed abbattuto dalla contraerea italiana. Con lui si ebbe a perdere l’uomo che con la sua inventiva e dinamismo avrebbe potuto comandare con la maggiore efficacia le pur deboli forze armate nel conflitto che era appena iniziato.

Italo Balbo

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29 giugno, Nord Africa:

Nord Africa: un giorno dopo la morte di Balbo è chiamato a sostituirlo in Libia il Maresciallo d’Italia e Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Rodolfo Graziani che, per nulla entusiasta, accetta l’incarico. La scelta di Graziani appare naturale data la sua grande esperienza africana e desertica ed il fatto che, insieme al suo collega e rivale Badoglio, è uno dei militari di maggiore prestigio in Italia. Graziani non si rivelerà però un degno successore di Balbo. Pienamente consapevole dello stato di impreparazione e di gravissima inferiorità negli armamenti di cui soffrono le divisioni presenti in Africa settentrionale, il suo carattere tentennante ed il suo scarso spirito aggressivo si manifestano in un comando incerto e inadeguato alla situazione. Le forze di cui Graziani dispone sono numericamente considerevoli, potendo contare su due corpi di armata che complessivamente schierano 17 divisioni per 215.000 uomini, ma le carenze di mezzi ed armamenti sono davvero scoraggianti. Graziani inizia fin da subito a sollecitare l’invio di rinforzi e di rifornimenti, e si rifiuta di iniziare l’offensiva il 15 luglio. Oltre allo stato insufficiente dell’apparato offensivo, a preoccupare Graziani sono anche le proibitive condizioni climatiche del deserto in piena estate, dove le truppe, in gran parte appiedate a causa dell’insufficienza di mezzi e con prevedibili difficoltà di rifornimento idrico, si sarebbero trovate a marciare ed operare con temperature tra i 40 e i 50 gradi sotto un sole cocente.

Mussolini e Badoglio sono contrariati, ma alla fine si decidono ad accettare il rinvio dell’offensiva al 3 settembre.

Il Maresciallo d'Italia Rodolfo Graziani

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7 - 9 luglio - Mediterraneo Centrale Battaglia di Punta Stilo, o al Largo della Calabria:

Il primo scontro navale della guerra (e la prima battaglia aereo-navale della storia) si verifica il 9 luglio 1940, a una trentina di miglia a est di Punta Stilo, in Calabria. Esso prende origine da due importanti convogli scortati in forze dalle due Marine da guerra belligeranti, ed avviati pressoché contemporaneamente verso Bengasi, quello italiano, e verso Malta quello britannico.

Per gli italiani si tratta del primo grosso convoglio organizzato per la Libia, inviato di urgenza per rafforzare l’Armata del generale Graziani che si appresta a portare l’offensiva in Egitto. Prima si era provveduto ad inviare rifornimenti, sempre con carattere di estrema urgenza dato che nulla era stato preparato per tempo, a mezzo di sommergibili, unità militari e convogli composti da una o due navi da trasporto. Leggi di più.

La corazzata GIULIO CESARE apre il fuoco nel corso della battaglia di Punta Stilo
Di operatore sconosciuto della Regia Marina –
Archivio Storico Marina Militare, Pubblico dominioCollegamento

19 luglio - Mediterraneo orientale: Scontro di Capo Spada

I due incrociatori leggeri italiani BANDE NERE e COLLEONI, nel corso di una ricognizione in Egeo per il disturbo al traffico mercantile britannico attivo nell’area, si scontrano contro una squadra della Mediterranean Fleet composta dall’incrociatore leggero australiano SYDNEY e dai cacciatorpediniere HAVOCK, HYPERION, ILEX, HERO e HASTY impegnati in un’operazione di rastrellamento anti-sommergibile a nord di Creta. Nello scontro che ne segue il COLLEONI è colpito prima da tre proietti in rapida successione che causano molte vittime e feriti, tra cui, gravemente, il comandante Novaro, e l’arresto di tutte le caldaie. La nave si arresta bruscamente, appruandosi mentre continua a fare fuoco. Il COLLEONI è poi colpito da più siluri, uno dei quali ne asporta la prora con circa 30 metri di scafo, dopodiché la nave sbanda su un lato e si inabissa alle 08:29. Perdono la vita 109 uomini del suo equipaggio, mentre i cacciatorpediniere britannici recuperano 525 naufraghi, 13 dei quali, tra cui il comandante Novaro, moriranno a causa delle gravi ferite riportate. Leggi di più

L'incrociatore leggero australiano HMAS SYDNEY
L'incrociatore leggero BARTOLOMEO COLLEONI

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29 agosto - 6 settembre, Mediterraneo: Operazione Hats

La Marina britannica svolge una grossa ed articolata operazione nel Mediterraneo che prende il via dalla richiesta inoltrata dall’ammiraglio Cunningham all’Ammiragliato britannico di rinforzare la Mediterranean Fleet con una portaerei moderna, almeno una nave da battaglia e incrociatori pesanti, e da quella giunta il 22 agosto dal Comandante in Capo del Medio Oriente che affermava ci fossero serie indicazioni di un imminente attacco italiano in Egitto, sollecitando a sua volta rinforzi. Viene quindi avviata una complessa operazione che ha come obiettivi il rafforzamento della Mediterranean Fleet, il rifornimento di Malta e dell’Egitto e il bombardamento di aeroporti e postazioni italiane in Sardegna e nel Dodecaneso. L’operazione ha pieno successo e né la Regia Marina né la Regia Aeronautica riescono a infliggere danni. Leggi di più.

La portaerei ARK ROYAL sorvolata da uno squadrone di aereo-siluranti Swordfish

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13 settembre Dopo molti tentennamenti, Graziani ordina l'offensiva:

quattro divisioni italiane entrano in Egitto ed avanzano per un centinaio di chilometri fino al villaggio di Sidi el Barrani. L’opzione di proseguire l’avanzata fino alla base britannica di Marsa Matruh non è presa neanche in considerazione. Il primo balzo è compiuto e Graziani si limita a tirare un sospiro di sollievo per come sono andate le cose. L’operazione è costata 120 morti agli italiani e 40 ai britannici.

Allungate le vie di rifornimento di altri 150 chilometri, Graziani ritiene necessario fermarsi per consolidare le proprie posizioni e le linee di approvvigionamento, oltre che, naturalmente, per attendere rinforzi che integrino almeno parzialmente le gravi carenze che tanto lui quanto gli altri generali, comandanti delle grandi unità, sanno di avere. Il problema dei rifornimenti è effettivamente assillante: manca tutto, dall’acqua al cibo, munizioni, armi anticarro; la carenze di autocarri è particolarmente critica in quanto non consentiva nessuna mobilità delle truppe, costrette a marciare appiedate. Di autocarri ne mancano alcune migliaia prima di ottenere la mobilità necessaria ad operare nel teatro del deserto. Manca l’acqua, e per far fronte al grave problema idrico Graziani decide di costruire un acquedotto, lungo oltre 100 km, con tubazioni interrate. Fa inoltre asfaltare 120 km di pista desertica, collegata alla via Balbia.

Intanto le settimane passano senza che le operazioni belliche progrediscano. Mussolini del tutto spazientito intima ripetutamente a Graziani di riprendere l’iniziativa. Vuole un netto successo che sancisca definitivamente il determinante ruolo dell’Italia nella guerra prima che questa finisca; l’invasione tedesca della Gran Bretagna appare infatti imminente e l’andamento della guerra fino a quel punto lascia prevedere che sarebbe stato un affare breve e decisivo.

L'invasione italiana dell'Egitto

MacMorenoCC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Eppure, l’esperto e stanco Maresciallo Graziani dentro di lui sa che per quanto pressanti siano le esigenze politiche, queste devono comunque fare i conti con le possibilità di successo e, in definitiva, con la realtà dei fatti. Per fare la guerra non bastano le intenzioni, ci vuole un apparato adatto e superiore a quello del nemico. Graziani sa di non averlo. Più volte considera di dare le dimissioni, invia rapporti in cui cerca di evidenziare chiaramente i motivi che non consentono di proseguire l’avanzata e si adopera lavorando al meglio delle sue non brillanti possibilità per migliorare le condizioni operative dell’armata. Nella maggior parte dei casi trova una sponda nel Capo di Stato Maggio Generale, maresciallo Badoglio, anch’egli ben consapevole delle inadeguatezze. Ma Badoglio in realtà non ha nessun potere decisionale, e né Graziani né Badoglio riescono a trovare la forza di imporre l’evidenza dei fatti a Mussolini. Negli scambi di lettere, messaggi e rapporti è un dialogo tra sordi: da una parte si evidenziano i problemi che impediscono di condurre la guerra, dall’altra le esigenze politiche che impongono di attaccare. Quando si tratta di venire al dunque, i due militari non osano contraddire il Duce in modo chiaro e definitivo. Entrambi sono del tutto organici al sistema di potere messo in piedi da Mussolini in diciotto anni di dittatura, le loro carriere e le loro fortune si sono realizzate all’ombra del Duce. Se inizialmente erano stati scelti per le loro capacità, ora, dopo tanti anni, non sono altro che delle pedine. Di fronte a lui finisco per rendersi più ottimisti, per convenire ed obbedire, combattuti tra la responsabilità e la rassegnazione.

12 ottobre, Mediterraneo: Scontro di Capo Passero

Il cacciatorpediniere ARTIGLIERE

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28 ottobre: L'Italia dichiara guerra alla Grecia.

Nuovamente, Mussolini è convinto che la Grecia sarebbe stata liquidata nel giro di un paio di settimane, e nuovamente le cose andranno in ben altro modo. La campagna è avviata in modo precipitoso per le pressanti ragioni di “prestigio politico” avvertite da Mussolini. L’esigenza politica è quella di dimostrare ad Hitler la sua potenza militare e di restituirgli il dispetto di condurre una campagna di conquista senza prima consultarsi o avvisarlo. L’operazione è avviata con la solita faciloneria e improvvisazione, ignorando i piani che gli uffici studi dell’esercito avevano approntato anni prima e che richiedevano l’impiego di una forza pari al doppio rispetto a quella impiegata. Mussolini ignora anche la stagione autunnale e le prevedibili condizioni meteorologiche in quella che è una delle regioni più piovose d’Europa, e che quell’anno lo sarà in modo eccezionale, trasformando le poche strade in pantani di fango, e fa fede su informazioni del tutto errate in merito allo stato di impreparazione delle forze greche, del tutto sottovalutate, al punto che l’invasione era considerata poco più di una passeggiata trionfale. La campagna di Grecia si rivelerà invece un durissimo e sanguinoso scontro che si protrarrà per lunghi mesi e che si risolverà solo dopo l’intervento dei tedeschi che nell’aprile del 1941 invaderanno dalla Romania incontrando pochissima resistenza dato che la massa delle forze greche era impegnata, e ormai stremata, nella resistenza agli italiani. La guerra e la successiva occupazione della Grecia assorbiranno una quantità enorme di risorse, uomini, armamenti, automezzi, reparti di volo, navi mercantili e di scorta. Il fronte greco finirà infatti per assorbire più risorse di quante ne furono impiegate nella stessa campagna del Nord Africa.

Soldati italiani in trincea nel corso della campagna di grecia

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Alpini sciatori italiani del Battaglione Cervino in Albania

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Truppe greche in trincea, marzo 1941

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11 novembre, Mediterraneo - La notte di Taranto:

alle 22:58 iniziava l’attacco della Mediterranean Fleet alla principale base navale italiana portato da venti aerosiluranti Swordfish decollati in due ondate dalla portaerei ILLUSTRIOUS che incrociava a circa 140 miglia al largo. Accolti da un infernale fuoco contraereo, gli attaccanti, con grandissima audacia, precisione e coraggio riescono a mandare a segno 5 degli 11 siluri lanciati, danneggiando gravemente le corazzate CAVOUR (che rimarrà in riparazioni per il resto del conflitto, LITTORIO, che rimarrà fuori combattimento per quattro mesi, e DUILIO che potrà rientrare in squadra dopo sei mesi. Sebbene fortunato, l’attacco è un esaltante successo per la Marina britannica che con questa azione cambia radicalmente gli equilibri di forze nel Mediterraneo. Leggi di più.

La portaerei britannica HMS ILLUSTRIOUS

12 novembre, Mediterraneo - Mar Adriatico:

nel corso della stessa notte in cui avveniva l’attacco a Taranto, un’altra sezione della Mediterranean Fleet, la Forza X, al comando dell’ammiraglio Pridham Wippel, vice-comandante della Mediterranean Fleet, e composta dagli incrociatori ORION, AJAX e SIDNEY e dai cacciatorpediniere NUBIAN e MOHAWK era distaccata per compiere una scorreria nell’Adriatico meridionale. Alle 01:15, al largo di Saseno (Albania) la Forza X avvistava ed attaccava un convoglio italiano di rientro dall’Albania, composto dai mercantili Locatelli, Premuda, Capo Vado e Catalani, scortati dall’incrociatore ausiliario RAMB III e dalla vetusta torpediniera FABRIZI. Malgrado la coraggiosa reazione della scorta i 4 mercantili erano affondati. Leggi di più.

L’incrociatore leggero britannico HMS ORION

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26 novembre, Roma:

A inizio dicembre, a sei mesi dall’entrata in guerra dell’Italia la situazione era particolarmente critica ed infelice su tutti i fronti: la situazione in Grecia era disastrosa con le truppe italiane in preda al caos e ridotte sulla difensiva e Mussolini, bisognoso di un capro espiatorio, lo trovava nel Maresciallo Badoglio , che da quindici anni ricopriva la carica Capo di Stato Maggiore Generale delle Forze Armate, e che era sostituito il 4 dicembre con il generale Cavallero.

Anche sul mare si erano inanellati una serie di insuccessi e di umiliazioni che subito dopo lo scontro di Capo Teulada portarono a radicali mutamenti nella catena di comando: le due Squadre da Battaglia furono riunite in una sola, che dall’8 dicembre era posta al comando dell’ammiraglio Iachino, mentre Campioni era nominato Sottocapo di Stato Maggiore della Marina in sostituzione dell’ammiraglio Somigli. Infine, l’ammiraglio Cavagnari, che da sette anni era al vertice della Marina, dettandone sostanzialmente la condotta, era sostituito dall’ammiraglio Riccardi nelle cariche di Sottosegretario di Stato e Capo di Stato Maggiore della Marina.
 
A dicembre cominciavano ad affluire in Sicilia i reparti del X. Fliegelkorps, o X CAT (Corpo Aereo Tedesco per gli italiani) e al tempo stesso iniziavano a registrarsi bombardamenti sui porti della penisola, in particolare Napoli, da parte della RAF.
Il Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio, Capo di Stato Maggiore Generale

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27 novembre, Mediterraneo: Scontro di capo Teulada

Dicembre, Nord Africa - Operazione Compass:

Trascorsi 3 mesi dall’avanzata su Sidi el Barrani pressato dalle aspettative di Mussolini, Graziani si accinge a riprendere le operazioni e a dare il via ad una nuova avanzata su Marsa Matruh. In quei tre mesi le forze britanniche avevano avuto tutto il tempo di riorganizzarsi: dalla madrepatria e da tutti gli ex possedimenti del Commonwealth erano affluiti forti rifornimenti tra cui un centinaio di carri armati, artiglierie di ogni calibro, interi reparti aerei e più di 130.000 uomini. Oltre agli inglesi sono giunti reparti australiani, neozelandesi, sudafricani, indiani, Gurkha nepalesi, una brigata della Legione Straniera francese ed una di volontari polacchi.

E alla fine sono i britannici a sferrare il colpo. Pianificata come un’azione di 5 giorni per respingere gli italiani oltre il confine egiziano è avviata l’Operazione Compass, il cui comando è affidato all’abile ed audace generale O’Connor.

Il generale Richard O'Connor

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7 dicembre, Nord Africa, all’alba:

circa 10.000 veicoli, tra cui 80 carri Cruisers e 50 potenti carri Matilda da 26 tonnellate, si mettono in marcia nel deserto per raggiungere la posizione di partenza, mentre la RAF intensifica i bombardamenti.

Il potente carro appoggio fanteria britannico Matilda

Keating G (Capt) No 1 Army Film & Photographic Unit, Public domain, via Wikimedia Commons

9 dicembre, Nord Africa:

alle 7 del mattino sfruttando un grosso varco di 30 km nelle linee difensive italiane, le forze motorizzate e corazzate inglesi e le divisioni di fanteria indiane aggirano gli italiani cogliendoli completamente di sorpresa ed iniziano un’opera di distruzione in cui, malgrado siano inferiori nel numero complessivo, si trovano quasi sempre a combattere in vantaggio numerico e sempre con uno strapotere di armi e di mezzi. I carri armati, in particolare i Matilda, sembrano invulnerabili. I soli 22 carri M11 di cui dispongono gli italiani, privi di radio e con un cannoncino da 37 mm, sono i primi ad essere distrutti, prima ancora di riuscire a muoversi.

Cadono in sequenza i capisaldi di Alam Nibeua dove trovano la morte 800 italiani tra cui il generale Maletti, Alam Iktufa ed Alam el Tummar ed infine Sidi el Barrani sono riconquistate entro la mezzanotte del 10 dicembre, dopo aspri combattimenti che causano grosse perdite agli italiani. Le truppe in ritirata, in gran parte a piedi per la mancanza di automezzi, trascinando e portando a spalla pochi cannoni anticarro e mitragliere antiaeree, devono aprirsi varchi combattendo per non rimanere accerchiate, mentre sono continuamente attaccate dall’aviazione britannica, contrastata dagli aerei della Regia Aeronautica. I tre giorni di combattimenti sono costati agli italiani 2.184 morti e 38.000 prigionieri, tra cui 2,287 feriti. Ricacciati gli italiani oltre il confine, l’offensiva prosegue lungo la via Balbia. E’ quindi la volta della piazzaforte di Bardia per la cui difesa confluiscono circa 40.000 soldati italiani, al comando del valoroso ed energico generale Bergonzoli. Malgrado il cospicuo numero di difensori, i problemi per gli italiani rimangono gli stessi: grave inferiorità dei mezzi corazzati, inadeguatezza delle artiglierie, scarsezza di automezzi, di vitto e di acqua.

Nella seconda metà di dicembre la RAF gradualmente conquista il dominio del cielo, bombardando ripetutamente gli aeroporti e i campi di aviazione nei pressi di DernaBenina e Tobruk, poi, in vista dell’attacco, le incursioni aeree si concentrano su Bardia, su cui in tre giorni, dal 30 dicembre al 2 gennaio, sono effettuate 100 missioni di bombardamento.

L’aeronautica italiana afflitta da un insieme di problemi è praticamente scomparsa dai cieli, mentre dal mare, la Royal Navy dà anch’essa il suo significativo contributo all’attacco, con pesanti cannoneggiamenti navali a cui partecipano le tre corazzate inglesi BRAHAM, WARSPITE e VALLIANT, scortate dalla portaerei ILLUSTRIOUS e da 7 cacciatorpediniere giunti da Alessandria. Questi, dopo aver bombardato la città e le sue difese per due giorni con i loro potentissimi cannoni, lasciano il posto al monitore TERROR e alle piccole cannoniere LADYBIRD, APHIS e GNAT che continuano a bombardare dal mare le postazioni italiane per tutta la durata della battaglia. La Royal Navy è sicura di non doversi misurare con la flotta italiana dopo che questa era stata duramente colpita con l’attacco di aerosiluranti nel porto di Taranto che ha messo fuori uso 3 delle 4 corazzate di cui disponeva la Regia Marina.

Colonna di prigionieri italiani dopo la battaglia di Sidi el Barrani

Crediti non disponibili

Lavori di manutenzione su un Hurricane nel corso di Compass.

Royal Air Force official photographer, Public domain, via Wikimedia Commons

La vecchia cannoniera HMS LADYBIRD della Royal Navy.

Surgeon Oscar Parkes, Public domain, via Wikimedia Commons

29 dicembre 1940, Stati Uniti: "Arsenal of Democracy"

il presidente Roosvelt pronuncia il discorso passato alla storia come “Arsenal of Democracy” con il quale promette il pieno supporto di armamenti alla Gran Bretagna e critica le posizioni isolazioniste affermando che la presunta sicurezza degli Stati Uniti data dalle vastità oceaniche anche nel caso della capitolazione della Gran Bretagna è una pura illusione.